giovedì 26 ottobre 2006

Il videogioco violento non piace più


Cambiano i modi di fruizione, cambia il pubblico e il mercato si adegua
Il docente: "Andiamo verso una dimensione pedagogica del videogame"


Il boom dei videogiochi intelligenti
Guerra e sangue? È acqua passata


di DANIELE SEMERARO

ROMA - Giochi "sparatutto" pieni di scene di sangue e violenza? Armi letali ed eterna lotta tra terroristi e forze dell'ordine? Alieni che rapiscono bambini e che uccidono la popolazione terrestre? Niente di tutto questo. Da un po' di tempo il mercato dei videogiochi, sia quelli su computer e consolle che quelli sviluppati appositamente per i telefoni cellulari, sta cambiando, con un pubblico sempre più maturo che inizia ad avere un certo interesse anche per i giochi pedagogici e d'intelligenza. Basti pensare che degli oltre 70 giochi in uscita sul mercato italiano tra il luglio del 2006 e l'inizio del 2007, 30 non contengono sangue né violenza.

Un tempo era Tetris, a cui si appassionarono persone di ogni età. Oggi ne sono testimonianza, oltre al successo straordinario di The Sims 2, in cui si gioca a far vivere i propri personaggi in un mondo reale, due titoli da poco usciti e che già hanno segnato un record di vendite: "Brain Training" targato Nintendo e "Brain Juice" di Digital Chocolate, un gioco per telefono cellulare scaricabile direttamente dagli operatori di telefonia mobile. Due videogame che si stanno facendo interpreti di una forma di videogioco socialmente utile, che ha come obiettivo quello di tenere in allenamento la nostra mente.

Cosa è cambiato rispetto agli scorsi anni? Innanzitutto il modo di fruizione di questi giochi, e poi, in parte, anche il pubblico. Con l'avvento delle consolle portatili e dei telefoni cellulari sempre più sofisticati, infatti, diviene naturale giocare anche quando si aspetta l'autobus alla fermata o tra una lezione e l'altra all'università. E così, per questo tipo di fruizione, si sceglie spesso qualcosa che faccia realmente distrarre. Giochi semplici e intuitivi che possano rilassare ma allo stesso tempo tenere in allenamento il cervello.

Non è tutto: negli ultimi anni si assiste a un allargamento sempre maggiore della base dei videogiocatori. Non più ragazzi giovani, ma anche professionisti e soprattutto donne. Secondo una recente ricerca di M: Metrics, infatti, le consumatrici sono aumentate in un anno di circa il 30 per cento, con una predilezione proprio per i giochi "intelligenti" e "da viaggio". Non dimentichiamo che nel giugno scorso proprio una ragazza è arrivata tra le finaliste delle Olimpiadi dei videogames di Monza (dove, tra l'altro, in questi giorni si sono svolti i mondiali, con centinaia di appassionati provenienti da ogni parte del mondo).

Che cosa succede allora? "È come se stesse scattando - spiega Aldo Toscano, direttore del dipartimento di Scienze sociali all'università di Pisa - una dimensione etica che porta inevitabilmente verso una dimensione virtualmente pedagogica del videogioco. All'orrore - aggiunge - si contrappongono i buoni sentimenti, e il videogioco può così divenire un elemento strutturale alla didattica", cercando di coinvolgere anche l'utenza normalmente esclusa.

Secondo un recente studio promosso dall'Aesvi (l'Associazione degli editori di software videoludico in Italia), il mercato dei videogiochi ha superato i 700 milioni di fatturato nel 2005: è come se quasi una persona su due videogiocasse. Ciò che spinge un individuo a cercare "conforto" in questi nuovi mezzi di svago multimediale, continua il docente - che oltre ad essere presidente del dottorato di ricerca in Storia e sociologia della modernità, si è occupato anche di comunità online - è un qualcosa di più complesso ed in parte è cominciato ancor prima dei videogiochi: "La caratteristica storica del concetto gioco è sempre stata, pur manifestandosi in varie forme, la presenza di una squadra-gruppo, un insieme di persone, dotate di una certa omogeneità, che si mobilitano. Il gioco, insomma, comporta delle istituzioni, cioè una serie di prassi comuni come possono essere le regole, il campo da gioco, le tenute e così via. Il passaggio dal gioco al videogioco - prosegue Toscano - comporta uno spostamento dall'asse gruppo all'asse individuale e singolare. Come riportano i dati Aesvi, è soprattutto il giocatore su Pc e cellulare a vedere nel videogioco la possibilità di esprimere la propria libertà e individualità. In tal caso questi media diventano un 'confortò alla propria solitudine". Ben venga, allora, il moltiplicarsi di rompicapo e quiz mentali: giochi adatti a tutte le età che offrono relax, stimoli e divertimento.

(26 ottobre 2006)

domenica 22 ottobre 2006

Kblog.it recensisce D@di on the web

Giovedì scorso questo blog è stato recensito su Kblog.it.

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sabato 14 ottobre 2006

Il Dalai Lama tra gli studenti romani. "Nella vostra anima la via per la pace"


Tra gli interventi più apprezzati, la non violenza e il rapporto tra scienza e fede
La massima autorità buddista ha ricevuto a Roma la laurea honoris causa in Biologia


Gli studenti incontrano il Dalai Lama
"Pace e compassione, la chiave della vita"


di DANIELE SEMERARO

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ROMA - "La tradizione antica che collabora con la scienza moderna: ecco la mia visione dell'insegnamento e della ricerca". È un Dalai Lama sorridente, ma anche disorientato e forse infastidito da un eccessivo clamore, quello che si è presentato all'università di Roma Tre per ricevere la laurea honoris causa in Biologia. Gremita l'aula magna. Oltre mille giovani hanno partecipato alla cerimonia (tra loro, ma in minoranza, anche monaci tibetani e fedeli buddisti), e centinaia di studenti, docenti e ricercatori rimasti fuori si sono dovuti accontentare dei maxischermi allestiti in alcune aule della facoltà di Lettere.

Accolto con grida e tifo da stadio e decine di fotografi e operatori che non gli lasciavano nemmeno lo spazio per raggiungere la propria postazione da "candidato", Tenzin Gyatzo, il quattordicesimo Dalai Lama, ha voluto dedicare gran parte della propria lezione magistrale agli studenti e ai giovani, ascoltando a lungo le loro domande.

Si trattava, in effetti, di un'occasione unica nel suo genere: era la prima volta che il Dalai Lama riceveva l'alto riconoscimento in una disciplina scientifica. "All'origine del conferimento della laurea honoris causa in Biologia - ha spiegato il rettore dell'ateneo, Guido Fabiani - c'è l'interesse che lei ha dimostrato per la scienza e le sue applicazioni e, in particolare, il riconoscimento per l'impegno che l'ha distinta a livello internazionale nel contribuire a tenere vivo il dialogo tra scienza e spiritualità, tra scienza e religione. Se quest'uomo non fosse diventato monaco - ha spiegato il rettore - sarebbe diventato un ottimo ingegnere".

Tra le domande degli studenti, molte proprio sull'interesse che il Dalai Lama ha dimostrato nel dialogo tra spiritualità orientale e scienza occidentale: "Se - ha spiegato il religioso - nello studiare qualcosa troviamo che c'è ragione o prova di esso, dobbiamo accettare la validità, anche se è in contraddizione con le spiegazioni naturali delle scritture. La didattica moderna - continua, rivolgendosi agli studenti delle facoltà scientifiche - si concentra molto sulla conoscenza, sul cervello, ma trascura l'aspetto etico-morale. Per questo mi sento di lanciare un appello: pensiamo di più, insieme alla parte scientifica, a promuovere l'etica e il cuore. Solo attraverso questa via si può vedere più chiaramente la realtà. Per questo - aggiunge - serve una mente più compassionevole, più calma e con più empatia, elementi fondamentali per una vita felice".

Temi di stretta attualità, che suscitano spesso lunghi applausi, come quando ad esempio si parla dell'etica laica: "Dobbiamo rispettare tutte le religioni e dobbiamo rispettare anche coloro che non credono. Tra religione e materialismo dovremmo sempre scegliere una terza via: una vita etica, morale, di consapevolezza. E proprio voi giovani potete contribuire a questo".

Amerigo, studente di Ecologia, chiede al Dalai Lama: "Siamo indotti a pensare che con la morte tutto sarà finito. È vero questo? Ha il buddismo un antidoto a questa nostra convinzione? E questa esperienza è accessibile a noi giovani occidentali?". La prima risposta, su due piedi, è: "Non lo so". Scherza il Dalai Lama: la domanda, in effetti, era posta in modo molto complesso, mentre lui ha sempre cercato di utilizzare concetti e parole semplici. Poi si torna sui toni seri e inizia una piccola lezione sull'identità del sé: "Il concetto buddista è che corpo e anima sono collegati. Il corpo cambia durante la vita, ma tra l'io, il corpo e la mente c'è un collegamento molto stretto. La morte - aggiunge - fa parte della nostra vita. Così come tutte le tradizioni che contemplano la vita dopo la vita, il buddismo pensa che ci sia una rinascita. La morte è soltanto un cambiamento del corpo, ma non del sé". E a chi gli domandava quale fosse la strada per raggiungere la felicità e la pace interiore, la risposta è quella più semplice: "La fede in Dio, chiunque esso sia. La religione allevia la sofferenza e dà speranza".

"Il buddismo - chiede Elena, studentessa di Cinema - ci insegna che tutti i problemi provengono dalla mente. Nonostante questo, siamo circondati da situazioni esterne come la guerra, la povertà e le discriminazioni sociali, che causano sofferenza. Come possiamo conciliare queste due idee?". "È vero - risponde il Dalai Lama - tutta la sofferenza proviene dalla mente. Pensiamo ad esempio al terrorismo: questo proviene dall'odio, e il problema si trova nella nostra mente. L'inquinamento, ancora, proviene dal riscaldamento dell'atmosfera, che proviene dall'avidità, anch'essa nella nostra mente. Alla base di tutto questo - continua - vi è l'ignoranza: sviluppiamo il cervello! L'ignoranza si ridurrà e queste sofferenze non si verificheranno più. E poi aggiungo: per odio e avidità l'antidoto è la tolleranza. Cerchiamo di essere più compassionevoli, contribuiremo a ridurre i problemi".

"Giovani, non aspettatevi troppo", risponde poi sorridente a Viola, studentessa di lettere, che gli ha posto una domanda sulla possibilità dei giovani occidentali di comprendere profondamente il sé, così come i tibetani: "Non tutti i problemi del male possono essere risolti con la tradizione tibetana. Per questo - continua - ai giovani italiani dico: dovete trovare la risposta ai vostri problemi secondo la vostra tradizione. Cercare altrove non serve". E poi, scherzando: "Se i problemi sono vostri, ve li dovete risolvere da soli".

Il momento più commovente della cerimonia è sicuramente l'ultima domanda, quella posta da Diki, una studentessa tibetana che da sei anni vive in Italia. Dopo essersi laureata all'università di Trento con una tesi sui tibetani in esilio, si sta specializzando a Roma sui diritti delle minoranze. Commossa e con la voce che trema, chiede: "La politica del Dalai Lama è quella della non violenza. Pensando al Tibet e alla Cina, che cosa può fare il Dalai Lama per aiutare un popolo oppresso che sta soffrendo?". Scrosciano gli applausi, tanti in sala espongono bandiere e striscioni inneggianti al Tibet libero dall'oppressione cinese che dura da più di 47 anni e a causa della quale hanno perso la vita oltre un milione di tibetani.

Il Dalai Lama, capo del governo tibetano in esilio e premio nobel per la Pace nel 1989, risponde con molta franchezza: "Apprezzo molto la preoccupazione per il destino dei tibetani. La nostra lotta è basata su una rigorosa non violenza e sul pensiero compassionevole, per questo tendiamo a minimizzare i sentimenti negativi nei confronti dei cinesi. Un mio vecchio amico che ha trascorso 18 anni nei gulag cinesi è venuto da me e mi ha detto di aver visto poche occasioni di pericolo. Tra queste, gli ho chiesto, quali? E lui: 'Il rischio di perdere la compassione verso i cinesi'. Vedete - aggiunge - il fondamento del nostro pensiero è di considerarli fratelli, anche se continuano a fare male al nostro popolo, questo è il puro significato della non violenza. Noi i problemi con la Cina vogliamo risolverli, ma per fare questo la Cina ci deve dare autonomia, dobbiamo poter preservare la nostra cultura e la nostra lingua. Se la Cina - conclude - vuole essere una superpotenza rispettata a livello mondiale, basta con le mistificazioni della realtà, gli attacchi alla libertà personale e alla libertà di stampa: la Cina dev'essere ragionevole. E non riusciamo a capire perché, a queste nostre domande, la Cina non risponde in maniera favorevole".

(14 ottobre 2006)

lunedì 9 ottobre 2006

L'Italia alla scoperta del "cosplay". Tutti travestiti come i propri eroi


A Roma le finali nazionali del gioco che spopola in Giappone. L'obiettivo? Assomigliare ai beniamini dei film e dei fumetti. Scelti i rappresentanti italiani al torneo "World Summit" nel 2007

Stasera mi travesto da Jack Sparrow
è il carnevale italiano del "Cosplay"


di DANIELE SEMERARO

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ROMA - Il termine tecnico non è ancora entrato nei vocabolari italiani, ma probabilmente non dovremo aspettare a lungo. Sono infatti migliaia i ragazzi che praticano il 'Cosplay', la pratica di travestirsi come i personaggi tratti da storie di fantasia durante. Se fino a pochi anni fa la pratica, nata in Giappone, non era diffusissima, domenica 8 ottobre sono stati in centinaia i ragazzi vestiti di tutto punto e provenienti da ogni parte d'Italia che hanno affollato la Fiera di Roma, dove si è svolta la giornata conclusiva di 'Romics', il festival del fumetto e dell'animazione. Tra i tanti eventi, infatti, c'era la finale della sfida 'cosplay' italiana,i cui vincitori andranno a rappresentare il nostro paese al World Cosplay Summit del 2007 in Giappone.

"Il termine cosplay - spiega Luca Vanzella, sceneggiatore e grafico che sul fenomeno ha scritto un libro dal titolo "Cosplay culture, fenomenologia del costume player italiano" (Tunué, 2005) - deriva dall'abbreviazione di costume e play, cioè gioco del costume, e l'espressione indica sia l'azione del travestirsi (fare cosplay) che il costume (essere in cosplay). Un cosplayer - aggiunge - è chi abitualmente pratica il cosplay". Per il travestimento non ci si può limitare a un mantello o a una maschera, ma bisogna essere il più possibile fedeli al personaggio che si imita (molti ragazzi, per dimostrare la propria somiglianza, portano con sé un'immagine del beniamino tratta da cartoni animati o fumetti). Il fenomeno, certamente molto particolare, si sta diffondendo a macchia d'olio tra gli appassionati di fumetti, cinema d'animazione, videogiochi e giochi di ruolo.

I cosplayers non si limitano a creare i vestiti nei giorni precedenti alle diverse manifestazioni, ma sono attivi tutto l'anno, perché riprodurre con precisione maniacale tutti i particolari di questo o quel cartone animato può richiedere anche mesi di lavoro. C'è chi si avvale dell'aiuto della nonna che sa cucire e chi dei genitori: tanti, ad esempio, quelli impegnati in operazioni di confezionamento di gioielli e costruzioni di armi laser. Costumi che, di anno in anno, diventano sempre più elaborati, che arrivano a costare anche centinaia di euro.

Il 'Cosplay' è una tradizione giapponese: è lì, infatti, che vengono creati la maggior parte dei fumetti (manga) e dei cartoni animati (anime) imitati dai ragazzi di tutto il mondo. Spiega ancora Vanzella che "molti riconoscono nel primo concorso svoltosi a 'Lucca comics & games' nel 1997 l'inizio ufficiale del cosplay in Italia, per via del ruolo centrale che questa manifestazione svolge tra gli appassionati". Ma non dimentichiamo che già negli anni Settanta migliaia di appassionati di Star Trek, negli Stati Uniti come in Europa, iniziarono a imitare i personaggi della saga. I cosplayer sono in maggioranza donne (tre su cinque) con età media tra i 15 e i 35 anni e cultura medio-alta. Frequentano abitualmente internet, da dove traggono informazioni e consigli per il confezionamento del vestito e si scambiano informazioni sui propri personaggi preferiti. In Italia i cosplayer abituali sono almeno 1500.

E così in occasione dell'evento italiano nei viali intorno alla Fiera di Roma si sono viste sfilare ragazze con uniformi scolastiche giapponesi parlare al cellulare, guerrieri post-atomici salire sull'autobus e elfi e maghi ordinare un panino e una birra al bar. La sfilata, alla quale hanno partecipato oltre 1500 spettatori per più di due ore di spettacolo, ha visto avvicendarsi sul palco ragazzi e ragazze che hanno presentato i propri costumi, dando vita anche a brevi scenette con tanto di danze, musica, combattimenti. La giuria, composta da esperti del settore e da 'Naruse', in rappresentanza della tv giapponese Aichi Television che organizza i World Cosplay Summit, ha scelto i finalisti che l'anno prossimo anno voleranno in Giappone, a Nagoya, per rappresentare l'Italia. Si tratta del sogno di ogni cosplayer: andare dove il fenomeno è nato e confrontarsi con gli appassionati di tutto il mondo.

"Negli ultimi giorni - spiegano gli organizzatori di Romics - sono arrivati in Fiera oltre 65mila persone, e di queste almeno duemila erano mascherate di tutto punto. Tra i cosplayer, si sono iscritti al concorso in 400 e ne sono stati selezionati per la finale 70". Le semifinali, che si sono svolte durante la settimana, consistevano in un accreditamento dei partecipanti e in un'accurata analisi dei costumi da parte dei giurati. Poi, la finale vera e propria che si è svolta domenica pomeriggio. Non molti lo sanno, ma i cosplayer italiani in campo internazionale sono molto famosi: nel 2005 hanno vinto il campionato mondiale e nel 2006 si sono classificati terzi.

Tra i personaggi che hanno sfilato, quelli tratti dal Signore degli Anelli, da Star Wars, Dragon Ball, Final Fantasy ma anche Willy Wonka, Sakura, il temibile pirata Jack Sparrow e Sailor Moon, solo per citarne alcuni. Durante tutta la lunga sfilata i fan erano completamente in delirio: centinaia di macchinette fotografiche scattavano flash a ripetizione, tanti urlavano, si stupivano, analizzavano i singoli dettagli, con i cosplayer che, terminata la propria esibizione, erano ben contenti di prestarsi ad autografi, consigli e foto di gruppo.

A vincere la gara (e quindi ad aggiudicarsi un viaggio in Giappone per rappresentare l'Italia) sono state due diciottenni: Verena e Maria, arrivate a Roma dalla provincia di Macerata, travestite da due personaggi di "Magic knight allies". "Non ci speravamo proprio - raccontano, mentre sul palco intorno a loro si raduna una vera e propria folla in cerca di foto e autografi - perché la gara era molto agguerrita, ma abbiamo sperato fino alla fine. Abbiamo impiegato oltre un mese per cucire il costume, è davvero un sogno che si avvera". Tra gli altri sono stati premiati anche i ragazzi che impersonavano Van Helsing, la Foresta dei pugnali volanti, Trinity Blood e Final Fantasy 10.

Naturalmente soddisfatti gli organizzatori della manifestazione, che si sono anche meravigliati del fatto che tra i personaggi ce n'erano molti che in Italia non sono conosciuti: "Grazie internet - hanno spiegato - i ragazzi riescono a vedere in anteprima le puntate che escono in Giappone e quindi riescono a stare al passo con le nuove tendenze. È incredibile vedere quanto i cosplayers riescano a immedesimarsi e ad amare la cultura nipponica: molti di loro imparano i dialoghi in giapponese a memoria, e non sono pochi quelli che s'iscrivono a corsi di lingua".

(9 ottobre 2006)

lunedì 2 ottobre 2006

Le monoposto costruite dagli studenti: in pista il mondiale degli atenei


Il progetto dell'Università di Lecce dove è stata costruita la monoposto che gareggia nella Formula "Sae"
Una sfida che coinvolge molte facoltà europee alle prese con la realizzazione delle vetture da corsa


Studenti di Ingegneria ai box
"In pista corre l'auto fai-da-te"


di DANIELE SEMERARO

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LECCE - È di colore rosso fiammante e gareggia in importanti competizioni europee. Non è il nuovo modello di Ferrari, ma un'automobile progettata e costruita interamente dagli studenti della facoltà d'Ingegneria dell'università di Lecce. "SRT06" (Salento Racing Team '06), questo il nome in codice, è l'ultima nata in Italia di una serie di auto da corsa create integralmente dagli studenti delle facoltà d'Ingegneria di tutto il mondo che si sfidano nella Formula Sae. Nel Belpaese, oltre a quello salentino, molti altri atenei già da qualche tempo sono impegnati nel progetto, dal Politecnico di Torino a quello di Milano, dall'università di Modena e Reggio Emilia a quelle di Padova e di Catania, solo per citarne alcuni. Scopo del gioco, la possibilità di arricchire, divertendosi, la propria formazione accademica.

"Non ci sogniamo certamente di gareggiare in Formula Uno", racconta Paolo Carlucci, ricercatore e capo del team dei costruttori della SRT06. "Si tratta, invece, di una formula pensata appositamente per gli studenti, che permette loro di seguire passo passo la costruzione dell'automobile, dalla progettazione iniziale fino alla messa su pista. All'interno dell'ateneo si costituisce un team di lavoro il cui compito è realizzare la vettura a partire da un progetto ben preciso, mettendo a frutto gli anni di studio. I tempi - prosegue - sono ben scanditi, bisogna saper prendere decisioni e fare gioco di squadra, e lo scopo non è tanto la competizione finale, che sicuramente è affascinante, quanto la possibilità di poter toccare un proprio progetto e di poter iniziare a interagire con le aziende".

Creare un'automobile da zero, però, non è cosa facile. Così, tra le regole della competizione c'è la possibilità di chiedere la consulenza alle aziende del settore: "Abbiamo contattato una ditta per farci realizzare il telaio, in fibra di carbonio e vetro. Poi un esperto motorista ci ha dato consigli tecnici sulla realizzazione della vettura. Un'altra azienda ha fornito la componentistica, come bulloni e cuscinetti. Queste strutture, inoltre, hanno permesso ad alcuni studenti la possibilità di fare un tirocinio". Tra progettazione e costruzione non è passato più di un anno ("gli altri team di solito ci mettono il doppio", ammette soddisfatto Carlucci). Il prezzo della vettura, che si aggira intorno ai 25mila euro, è stato sostenuto dall'Università e per la maggior parte dalla Provincia di Lecce.

La prima corsa a cui l'automobile ha preso parte è stata quella di Balocco, nei pressi di Vercelli, dove si è corsa la seconda gara ufficiale di Formula Ata-Sae ospitata in Italia. "Purtroppo siamo arrivati ultimi - spiegano i ragazzi - ma eravamo gli unici esordienti. Siamo stati felici perché siamo riusciti a superare le verifiche tecniche e di sicurezza della vettura, e anche il veicolo ha dato prestazioni più che soddisfacenti. La cosa bella è stata lo stupore degli addetti ai lavori, che ci hanno visto arrivare con una vettura nuova di zecca approntata in così poco tempo".

"La Formula Sae, portata in Italia dall'Ata, l'Associazione tecnica dell'automobile - spiegano gli organizzatori - è una manifestazione tecnico-sportiva dedicata agli studenti universitari volta a stimolare e premiare l'entusiasmo, la creatività, le competenze e lo spirito di squadra dei giovani ingegneri". La competizione è nata negli Stati Uniti nel 1981 e ha subito preso piede in Inghilterra, Austrialia e Brasile, mobilitando centinaia di team che ogni anno affrontano ore e ore di duro lavoro per la preparazione dell'automobile. La gara prevede due classi di partecipazione: la Classe 1 per i team che presentano un'automobile completa e funzionante, e la Classe 2, per chi presenta un progetto di vettura. I partecipanti vengono valutati da 25 esperti mondiali nel campo automobilistico.

Per la cronaca, l'edizione 2006 è stata vinta da due squadre austriache: al primo posto i ragazzi dell'università di Scienze applicate di Graz, il "Joaennum Racing Graz". Medaglia d'argento per il "TUG Racing Team" dell'università delle Tecnologie di Graz, mentre al terzo posto si è classificato il "Rennteam Uni Stuttgart" dell'università di Stoccarda, Germania. Primi tra gli italiani, al sesto posto i "Madmodenaracers" dell'università di Modena e Reggio Emilia (che ha partecipato con due vetture). Al settimo posto sono arrivati i "Dynami%u03C3 Prc" del Politecnico di Milano e al nono la "Squadra corse" del politecnico di Torino. Ultima, lo dicevamo, "Salento Racing Team".

A sostenere e rinfrancare i ragazzi ha pensato il preside della facoltà di Ingegneria dell'università di Lecce e docente di Macchine, Domenico Laforgia, che ha anche un passato in Ferrari: "L'esperienza della formula Sae-Ata - racconta - è stata veramente ricca sul piano formativo, centrando l'obiettivo degli studenti di Ingegneria, che è quello di ideare, progettare e realizzare. Il gruppo è stato all'altezza del compito affidatogli e, con grandi sacrifici, gli studenti hanno mantenuto tutti gli impegni, utilizzando strumenti progettuali avanzati e godendo del supporto finanziario e tecnico di alcune aziende locali particolarmente illuminate. Le altre università europee - continua - partivano da vetture già pronte che dovevano essere migliorate e in alcuni casi godevano di un invidiabile supporto industriale. Il nostro team è partito dall'idea, e questa prima competizione è servita a misurarsi con le altre università e avviare la fase di ottimizzazione della vettura, che segue sempre quella organizzativa".

(2 ottobre 2006)